Sintonizzarsi con se’ stessi

Ti è mai capitato, affrontando una particolare scelta, di provare una sensazione di insicurezza e di inadeguatezza, come se ti mancassero gli strumenti più idonei per scegliere in modo ottimale?

La cosa interessante è che spesso ci si può sentire incerti anche in situazioni non particolarmente drammatiche, ovvero in circostanze che saremmo portati a considerare “ordinarie”, ma che per noi, però, per qualche motivo, non lo sono.

Dal mio punto di vista, sono convinto che questa esperienza sorga, in generale, da una parziale incapacità di cogliere tutte le implicazioni che la decisione che stiamo prendendo determina sulla nostra vita ovvero, in altre parole, da una parziale incapacità di essere in contatto con noi stessi.

Se capita, infatti, di provare indecisione quando si affronta una determinata scelta (in quanto, da un certo punto di vista, si riterrebbe utile agire in un certo modo, mentre, per altri aspetti, si riterrebbe preferibile agire diversamente), il fatto di sapersi sintonizzare con sé stessi si traduce facilmente nel riuscire a dare il giusto ascolto alle parti di sé che ritengono opportuno andare in una certa direzione e, allo stesso tempo, anche a quelle che propendono per andare in un’altra, consentendo di adottare una scelta che tenga conto, in modo equo, delle varie istanze coinvolte.

Questa capacità consente di produrre un’elevata efficacia in ogni propria azione e consiste in tre operazioni:

  1. individuare con precisione le proprie istanze interne implicate da una certa decisione;
  2. riconoscere che ciascuna di esse è espressione di un proprio bisogno specifico;
  3. immaginare delle ipotesi operative e verificare la capacità di ciascuna di esse di soddisfare equamente i propri bisogni coinvolti dalla scelta.

Consiglio di sedersi in un luogo tranquillo e di prendersi almeno mezz’ora di tempo: se si affacciano alla mente incombenze urgenti, si possono annotare su un foglio, in modo da non dimenticarle e da poterle svolgere in un secondo tempo.

La prima parte dell’attività consiste nel rilassarsi e, concentrandosi sulla questione che si sta affrontando, nell’accogliere qualunque idea pertinente si presenti, anche se apparentemente non importante: in questo passaggio non si tratta di valutare i pro e i contro, ma solo di censire tutti gli aspetti coinvolti dalla questione in esame (senza rilevarne le valenze positive o negative) e di annotarli in modo sintetico.

Quando si ritiene di aver completato questo passaggio, ci si dedica a cogliere i bisogni sottesi da ciascuna istanza emersa: il presupposto, qui, è che ogni nostra scelta sia, in qualche modo, impattante sulla soddisfazione o meno di nostri specifici bisogni.

Questa seconda fase richiede, in massimo grado, di saper ascoltare sé stessi e, contestualmente, di saper legittimare anche i bisogni che, eventualmente, non si è disposti a riconoscere come propri: teniamo quindi sempre presente che la nostra decisione sarà tanto più solida quanto più sarà in grado di soddisfare i nostri bisogni realmente importanti.

Il terzo passaggio consiste nel concepire una soluzione operativa commisurata con le varie istanze coinvolte: questo passaggio avrà tanto più successo quanto più si sarà stati in grado di identificare con accuratezza i propri bisogni.

In questa fase, si devono immaginare una serie di soluzioni possibili, costruite sulle specifiche esigenze emerse durante lo step precedente, e se ne devono sottoporre i pro e i contro (qui sì!) ad un’onesta verifica: deve essere un test approfondito, che riproduca, il più possibile, le condizioni reali.

Durante questa operazione, abitualmente, emergono due o, al massimo, tre soluzioni applicabili: la parte più delicata consiste, proprio in questo frangente, nel ricorrere al cosiddetto “pensiero laterale” o “divergente”, che permette di far scaturire combinazioni creative delle diverse opzioni operative, fino a trovare la soluzione “perfetta”.

Con il tempo e con la pratica, l’utilizzo ripetuto di questo approccio faciliterà l’instaurarsi di un’abitudine all’analisi e alla conoscenza di sé stessi, che renderà le scelte più soddisfacenti e più rapide.

Conoscere la realtà grazie al coaching

La realtà è complessa: chi può ragionevolmente sostenere il contrario?

Una domanda interessante, pertanto, è: come si può capire con chiarezza una realtà che, in linea di massima, è complessa?

La ricerca di una risposta a questa domanda è stata oggetto d’indagine fin dagli albori della storia e il Coaching è uno degli strumenti più utili per capire la realtà con buona precisione, grazie ad un dialogo accuratamente condotto: vediamo come si svolge questa interazione costruttiva.

Nel percorso di conoscenza di una nuova materia o di un nuovo ambito, una persona passa attraverso diversi modi di osservare la realtà e il Coach la supporta a compiere questa esplorazione.

Il primo passaggio è quello nel quale una realtà o un ambito sconosciuti vengono osservati per la prima volta. In questo primo step, ciò che si riesce ad osservare con facilità sono singoli eventi, singoli elementi isolati e scollegati fra loro, senza riuscire a cogliere le regole che sono in vigore: prevale una sensazione di confusione e di disorientamento. In questa situazione, un Coach aiuta l’altra persona ad osservare con pazienza il maggior numero di aspetti, per acquisire il maggior numero di informazioni sullo scenario.

Se l’osservazione è stata accurata, è possibile cominciare ad osservare alcune relazioni di causa-effetto fra i fenomeni: il modello emergente è quello della logica lineare, grazie al quale si è in grado di cogliere alcune interazioni semplici fra gli eventi. A questo livello, le domande poste dal Coach consentono di investigare nel modo più approfondito possibile le relazioni fra gli eventi.

Se l’investigazione procede con successo, si può notare che ogni effetto, a sua volta, esplica, in misura maggiore o minore, una retroazione nei confronti dell’evento che lo ha causato: si cominciano a percepire la biunivocità, la circolarità e la complessità dello scenario. Determinati aspetti della situazione possono apparire contraddittori: il Coach supporta il proprio interlocutore nel prendere coscienza dell’ambivalenza e del paradosso che possono manifestarsi quando si scende ad un buon livello di comprensione. A questo livello, un buon dialogo di Coaching permette di accogliere la paradossalità della realtà, accettandone la natura controversa.

Questo è il momento più difficile: una buona indagine, infatti, conduce prima o poi a rendersi conto di come il ragionamento lineare sia inadatto a cogliere la reale natura delle cose, ma anche di come questa inadeguatezza faccia parte, essa stessa, della realtà dei fatti.

Quando la consapevolezza di questa limitatezza è completa, l’approccio deterministico perde potenza e lascia spazio ad uno sguardo più aperto sulla natura delle cose. E’ il momento in cui si diventa capaci di considerare come legittima la coesistenza di fenomeni opposti nello stesso sistema: ci si comincia a sentire a proprio agio nell’osservare in modo meno condizionato i vari eventi, constatandone la compresenza e percependo la ricchezza che nasce dalla diversità. Se si accede a questo step, si può apprezzare il valore aggiunto dato dalla meditazione.

Perseverando in questo approccio, ci si abitua a dare meno importanza alla consequenzialità tra i fenomeni e si acquisisce maggior capacità di vivere nel momento presente, senza che l’esperienza della realtà venga eccessivamente mediata dal pensiero razionale: la mente è meno appesantita e prevale una visione più lucida degli eventi. Questa è la dimensione in cui si possono ottenere importanti prese di coscienza (= insights), in cui si può concepire la soluzione a specifici problemi ed identificare il percorso per raggiungere determinati obiettivi.

Ecco, in sintesi, il percorso attraverso il quale un Coach favorisce l’esplorazione attraverso le sue osservazioni!